BASI TEORICHE DELL'ACT: COMPORTAMENTO VERBALE
Nell’immaginario collettivo il comportamentista è colui che non si occupa della cognizione o, peggio, la nega. Nella realtà dei fatti gli analisti del comportamento non hanno mai smesso di studiare i processi cognitivi in modo sistematico. Per più di una generazione gli studiosi del comportamento si sono impegnati, su fronti molteplici, nello sviluppo di teorie e paradigmi di ricerca. L'accumulo di conoscenze in questo ambito ha permesso recentemente di strutturare una tecnologia applicativa fruibile dalla più ampia comunità della psicologia clinica. In questo momento storico è proprio il ritorno ai processi di base dell’ambulatorio che può fare la differenza negli ambulatori degli psicologi clinici (Presti, 2007).

Quando Skinner scrisse, ormai 50 anni fa, lo spesso vituperato, ma paradossalmente altrettanto poco letto, Verbal Behavior, forse non immaginava che il valore euristico del volume, in assenza assoluta di dati sperimentali, si sarebbe rivelato solo col tempo, e in un arco temporale abbastanza ampio. Nel suo testo Skinner si era concentrato sugli eventi che controllavano il comportamento del parlante, trascurando l’analisi dell’ascoltatore che, anni dopo, riprese in un articolo del 1969 dedicato al problem solving. Questi due pilastri, benché non esaustivi, diedero tuttavia importanti spunti negli anni successivi per avviare i filoni di ricerca che contribuirono, attraverso gli studi sul Rule-Governed Behavior e sulla formazione e le proprietà delle Classi di Equivalenza, alla ridefinizione dell’approccio clinico comportamentista, nelle radici teoriche e sul piano applicativo. È particolarmente interessante sottolineare come questi approfondimenti sperimentali non abbiano mai tradito il modello interpretativo del comportamento basato sull’operante skinneriano, ma ne abbiano semmai esteso empiricamente i confini all’analisi del pensiero, della nascita del simbolo e della parola col suo effetto sul comportamento umano, del problem-solving e della introspezione (in termini di processi autoclitici) (Presti, 2007).

In altre parole negli ultimi 30 anni la ricerca sulla sfera cognitiva dell’uomo ha dominato l’Analisi Sperimentale del Comportamento, anche se questo aspetto è non solo passato sotto silenzio, fra gli studiosi cognitivisti, come ci si sarebbe potuto aspettare, ma soprattutto è stato ignorato dai clinici cognitivo comportamentali. L’analisi delle regole verbali, elaborate dall’individuo che parla a se stesso, e della insensibilità alle contingenze dirette del comportamento che contribuiscono a controllare, insieme all’analisi del trasferimento di funzioni attraverso i contesti aprono anche la strada a una migliore comprensione dell’etiopatogenesi di molte psicopatologie. Diventa, oggi più di ieri, importante sottolineare la stretta relazione che intercorre fra laboratorio e ambulatorio e come quest’ultimo possa realmente progredire solo se accoglie e metabolizza le evidenze empiriche del primo (Presti, 2007).
Skinner (1953) non ha mai negato, contrariamente a quanto molti ritengono, l’esistenza del pensiero o di eventi “sotto la pelle”; tali eventi esistono e vanno studiati in quanto atti comportamentali, al pari di quelli pubblicamente osservabili.

La loro non accessibilità all’osservazione pubblica non è un limite posto al loro studio, anche perché la soglia di osservabilità è funzione di molti fattori (Moderato, 1991; Palmer, 1991). Tuttavia Skinner e gli “analisti del comportamento” ritengono che ridurre le cause del comportamento pubblicamente osservabile ad eventi covert porterebbe a un’analisi causa-effetto di tipo comportamento-comportamento, inefficace dal punto di vista della previsione e del controllo (Hayes e Brownstein, 1986).

L’ACT è l’estensione applicativa di un tentativo di 20 anni di creare una forma moderna di analisi del comportamento che potesse superare questa sfida aggiungendo i principi necessari per spiegare la cognizione da un punto di vista contestualistico-funzionale o dell’analisi del comportamento. Il convincimento chiave di questo impegno è che la terapia del comportamento debba rapportarsi più efficacemente con la cognizione ma che una teoria contestualistica della cognizione possa portare con maggiore probabilità al raggiungimento degli obiettivi pratici, rimanendo contemporaneamente connessa con l’impegno nella scienza di base originario della tradizione della terapia comportamentale (Hayes et al., 2006).

I clinici risiedono sempre nel contesto che circonda le azioni dei clienti e perciò possono avere un impatto su queste azioni attraverso la manipolazione di variabili del contesto. Queste variabili sono specificate nel caso dei principi comportamentali tradizionali, ma non lo sono nelle teorie tradizionali meccanicistiche, organicistiche o cliniche della cognizione (Presti, 2007).